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lunedì 20 febbraio 2012

Babette's Feast





In uno sperduto villaggio scandinavo, due anziane sorelle vivono sole nel ricordo (piuttosto tetro) del loro padre, un Pastore protestante fondatore di una piccola chiesa di ispirazione calvinista, particolarmente severa e rigorosa.
In un giorno di pioggia, capita nella loro tranquilla e ordinata vita Babette, una bella signora francese in fuga dalle violenze comunarde che insanguinarono la Parigi del 1870, con Napoleone III in fuga e gli scarponi chiodati dei prussiani in rapido avvicendamento. Suo marito e suo figlio sono morti e lei chiede aiuto, in cambio farò le faccende di casa.
Babette porta una ventata di novità nella vita delle due anziane signorine e in quella dei poveri e dei malati del paesello, che loro così amorevolmente assistono. Fa bene tutti i mestieri, ma rivela da subito un talento fuori dal comune per la cucina, tanto da far sembrare ottima anche la sbobba di brodo e segale preparata dalle sorelle ai loro assistiti.
Un giorno Babette vince una grossa somma alla lotteria, giocata per lei dall’amico parigino che l’aveva raccomandata alle sorelle, un famoso cantante lirico che molti anni prima aveva "scovato" il talento di una delle due, subito stoppato dall’arcigno padre e decide di festeggiare, offrendo una cena nell’anniversario della morte del Pastore. E che cena! in quel villaggio dove si mangia solo prosciutto secco e merluzzo, una nave scarica ogni ben di Dio, dalle quaglie da fare in sfoglia con tartufo, alla tartaruga da bollire nel suo brodo, il tutto innaffiato da raffinatissimi vini…
Ansia e agitazione nelle piccola comunità di bigotti, timorosi che tante delizie siano il frutto del Demonio. Ma il tutto è talmente perfetto, che capiscono che la Grande Cucina - come tutte le forme di arte - è un dono di Dio. E si riconciliano con essa e con il mondo circostante…
Film danese del 1987, il "Pranzo di Babette" mi piace per come tratta carnalmente e spiritualmente il tema del cibo, metafora di dialogo, di incontro e di comprensione grazie a un linguaggio che si vuole universale. Ne amo la dolcezza, la raffinatezza, il sottile equilibrio tra nostalgia, rimpianto e fiducia nel domani, la capacità di tratteggiare il cuore e la mente dei personaggi con poche pennellate, accennandoli appena, ma facendoli sentire vicini a noi…

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